Messaggio della Chiesa Ortodossa in Italia

"Abbiate Fede in Me" dice il Signore!

Un forte sisma di magnitudo 5.8 della scala Richter il 6 aprile scorso 2009 ha devastato la città di L’Aquila . Il centro storico è stato distrutto ed anche il resto del tessuto urbano ha subito gravissimi danni.
La Chiesa Ortodossa in Italia, presente in L'Aquila con la Cattedrale Santa Croce, è vicina alla popolazione e invita tutti i fedeli cristiani a pregare per le vittime perchè il Signore Dio le accolga nella Pace Eterna e per la salvezza di tutta quanta città.

PREGHIERA DEGLI ULTIMI DI STARZY DI OPTINO

Signore, concedimi di andare incontro con animo sereno a tutto ciò che mi apporterà il giorno che viene.
Concedimi di affidarmi completamente alla Tua Santa Volontà. In ogni ora di questa giornata istruiscimi e sostienimi in tutto.
Qualsiasi notizia abbia a ricevere nel corso di questo giorno
, insegnami ad accoglierla con animo sereno e con la ferma convinzione che tutto accade secondo la Tua Santa Volontà.
In tutte le mie azioni e parole, guida i miei pensieri ed i miei sentimenti. In tutti i casi imprevisti fà che non dimentichi che tutto è mandato da Te.
Insegnami ad agire in modo retto e ragionevole con ogni membro della mia famiglia, senza amareggiare nè turbare nessuno.
Signore, dammi la forza di sopportare la fatica del giorno che viene e tutto ciò che mi accadrà. Guida la mia volontà ed insegnami a pregare, a sperare, a credere, ad amare, a sopportare e a perdonare.
Amen.

La nostra Cattedrale dopo il tremendo terremoto

La nostra Cattedrale dopo il tremendo terremoto

dopo il terremoto

BREVE STORIA


La Chiesa Cristiana in Italia che professa la vera fede ortodossa è esistita fin dal tempo apostolico, ne abbiamo testimonianza dagli Atti degli Apostoli (Atti 22, 16–30) e dalla Lettera ai Romani (1, 1-15) in cui l’Apostolo Paolo scrive ai cristiani di Roma e delle altre città italiane da lui evangelizzate.
Paolo ha ordinato i primi due vescovi di Roma: Lino e Cleto (o Anacleto). Pietro ordinò il terzo vescovo di Roma: Clemente, forse per benigna concessione di Paolo che era il primo Vescovo di Roma e d’Italia, essendosi Pietro affiancato all’Apostolo delle Genti durante il suo secondo viaggio in Italia. Resta però il fatto concreto e vero che il fondatore della Chiesa di Roma è Paolo e non Pietro come la falsa storia vorrebbe farci credere.
Ci sono stati dei papi eretici: Vittore, Zefirino, Callisto, Marcello, Liberio ecc, che appoggiarono, difesero, predicarono e propagarono la eresia montanista (dov’è l’infallibilità?), ed altre eresie… (“Histoire de l’Eglise” di Guettée – Tomo 2 pag. 10–15 e seguenti).
Papa Onorio I fu accusato di eresia monotelista dal Concilio VI Ecumenico Trullano. Ma la maggior parte dell’Italia era nata ortodossa, ed è rimasta ortodossa anche dopo lo scisma d’Occidente del 1054 in cui la Chiesa di Roma si staccò dagli altri quattro Patriarcati ortodossi d’Oriente, fino al 1595.
Nel 1595 il cardinale Antonio Giulio Santoro soppresse la Chiesa Ortodossa con inganno e violenza sottomettendola alla Chiesa Romana e mettendovi a capo un ex vescovo ortodosso divenuto cattolico romano, un certo Germano Kouskonaris, ne rimangono vestigia nei cosiddetti Uniati di Grottaferrata, della Calabria e Sicilia, cioè cristiani di rito orientale ma ormai sotto la romanità.
(Chiesa Romana e Rito Greco, di Vittorio Peri, Ed Paideia Brescia, pag, 188 e seguenti).
Per ben oltre 4 secoli l’Ortodossia rimase assente, o meglio impedita nelle sue funzioni non avendo più vescovi e sacerdoti.
Verso la fine del 1800, inizio del 1900, ebbe di nuovo ospitalità in Italia con la presenza di giurisdizioni straniere come la Russia e Costantinopoli che inviarono in Italia alcuni sacerdoti per assistere i loro studenti e diplomatici. Ma erano realtà straniere e per stranieri, che moltiplicatesi nel corso del 1900, portarono grandi disagi, divisioni e problemi non indifferenti.
Il Vescovo Antonio insieme ad alcuni sacerdoti e laici le ridiede vita giuridicamente e canonicamente l’ 8 novembre 1991 con atto notarile registrato il 21 novembre 1991 al n. 2972 degli Atti Pubblici in Latina.
Il secondo Concilio Europeo della Metropolia Bulgara per l’Europa Centrale ed Occidentale con Atto prot. n. 255 A del 23 dicembre 1993 accolse sotto la sua protezione ed in Comunione Sacramentale e di preghiere la Chiesa Ortodossa in Italia come Diocesi e il Vescovo Antonio come Vescovo di Ravenna e d’Italia.
Il 6 ottobre 1995 durante la sua sessione ordinaria con Atto n. 264 il Santo Sinodo del Patriarcato di Bulgaria sotto la presidenza del patriarca Maxim, all’unanimità, ha posto definitivamente la “ Diocesi Autonoma di Ravenna ed Italia “ sotto la protezione della Metropolia Bulgara della Europa Centrale ed Occidentale.
Il 1° luglio 1997 con Decreto n. 190, il Santo Sinodo del Patriarcato di Bulgaria sotto la presidenza del Patriarca Pimen, nella sua seduta plenaria ha concesso l’autonomia alla Chiesa Ortodossa in Italia, che è presente su tutto il territorio nazionale con parrocchie. In tale data il Vescovo Antonio De Rosso è stato elevato alla dignità di Metropolita col titolo di Arcivescovo di Ravenna e Metropolita d’Italia della Chiesa Ortodossa in Italia. Il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Bulgaria ha dichiarato la piena e canonica Comunione Sacramentale con il Vescovo Antonio De Rosso e la Chiesa Ortodossa in Italia.
La Chiesa Ortodossa in Italia con tale atto può reggersi nel suo interno con completa autonomia regolata da uno Statuto approvato dal Santo Sinodo stesso, ed è in piena comunione sacramentale con diverse Chiese Ortodosse.
La Chiesa Ortodossa in Italia si propone i seguenti scopi:
1) Rendere una testimonianza genuina della fede cristiana incorrotta ed inalterata come insegnata da Gesù e trasmessa dagli Apostoli, convinti che Dio è presente e vede ogni nostra azione ed intenzione, anche la più segreta.
3) Riportare all’ Ortodossia le popolazioni uniate dell’Italia meridionale, nel 1695 cadute forzatamente nella eresia papista.
4) Formare gli aspiranti al sacerdozio ed al monachesimo attraverso una seria formazione teologica, spirituale ed ecclesiale.
5) Offrire un’ assistenza religiosa a tutti i cristiani ortodossi presenti sul nostro territorio nazionale, svolgendo attività di catechesi ed evangelizzazione;
6) Infine, ma non per ultimo, far conoscere la vera spiritualità ortodossa, quella che è comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che dona pace e serenità a tutti coloro che con retta intenzione cercano Dio.

La Chiesa Ortodossa in Italia, dopo il ritorno al Padre del me- tropolita Primate Sua Beatitudine Antonio, è viva e vegeta e continua l’opera intrapresa finora. Nonostante tante difficoltà di varia natura, nonostante che per egoismo, per invidia, alcuni vorrebbero fosse morta, la Chiesa Ortodossa in Italia va avanti col proprio clero e con i propri fedeli. E’ un piccolo gregge, ma non importa il numero, è importante la serietà, la preparazione e la qualità, per un unico scopo: l’avvento del Regno di Dio, la salvezza e santificazione delle anime. Tutti i nostri sforzi, sacrifici, rinunce, devono tendere a ciò, altrimenti non avremmo capito nulla di Cristianesimo e di Ortodossia. È necessaria la nostra testimonianza per essere credibili, sia da parte del clero, come da parte dei fedeli, perciò vi esortiamo tutti a fare comunione, ad essere uniti nell’amore di Cristo, portando gli uni i pesi degli altri, perdonando i nostri nemici e pregando per loro. Sforziamoci nell’offrire l’esempio di veri discepoli del Signore per costruire, edificare, mai per distruggere, va distrutto solamente il male, frutto del peccato. Siamo veramente gli amici del Signore e del nostro prossimo, vicino e lontano. Preghiamo il Signore perché mandi operai nella Sua vigna! Coltiviamo le vocazioni al sacerdozio ed alla vita monastica, sia spiritualmente che intellettualmente. Il Signore Dio vede la nostra buona volontà, la nostra disponibilità e sicuramente benedirà i nostri propositi.


Inviamo di cuore a tutti la Nostra Apostolica Benedizione.


+ Mons. Ireneo (Mons. Vitaly),primate della Chiesa Ortodossa Italiana


domenica 10 luglio 2016

IL VANGELO DELLA DOMENICA (Terza domenica dopo la Pentecoste)

                                                             Ev. Matei 6, 22-33

            Zis-a Domnul către dânşii: luminătorul trupului este ochiul; dacă va fi ochiul tău curat, tot trupul tău va fi luminat; iar dacă ochiul tău va fi rău, tot trupul tău va fi întunecat. Deci, dacă lumina, care este în tine, este întuneric, cu cât mai mult va fi întunericul! Nimeni nu poate să slujească la doi domni, căci sau pe unul va urâ şi pe altul va iubi, sau după unul se va ţine şi de celălalt nu va avea grijă; nu puteţi să slujiţi lui Dumnezeu şi lui Mamona. Drept aceea vă spun vouă: să nu vă îngrijiţi pentru viaţa voastră gândind ce veţi mânca, ori ce veţi bea; nici pentru trupul vostru cu ce vă veţi îmbrăca. Oare, nu este viaţa mai mult decât hrana, şi trupul, decât îmbrăcămintea? Uitaţi-vă la păsările cerului, că nu seamănă, nici nu seceră, nici nu adună în hambare, şi Tatăl vostru cel ceresc le hrăneşte. Au nu sunteţi voi cu mult mai presus decât ele? Şi cine dintre voi, oricât şi-ar pune el mintea, poate să-şi adauge la statura sa un cot? Iar de îmbrăcăminte ce vă îngrijiţi? Luaţi seama la crinii câmpului cum cresc: nu se ostenesc, nici nu torc, şi totuşi vă spun vouă că nici Solomon, în toată mărirea sa, nu s-a îmbrăcat ca unul dintre ei. Iar dacă iarba câmpului, care astăzi este şi mâine se aruncă în cuptor, Dumnezeu în acest fel o îmbracă, oare, nu cu mult mai mult pe voi, o puţin credincioşilor? Deci, să nu duceţi grijă zicând: ce vom mânca, sau ce vom bea, sau cu ce ne vom îmbrăca! Că toate acestea le caută păgânii; doar ştie Tatăl vostru cel ceresc că aveţi nevoie de toate acestea. Ci căutaţi mai întâi împărăţia lui Dumnezeu şi dreptatea Lui, şi toate acestea se vor adăuga vouă.

          Traduzione italiana
    La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra . Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

       COMMENTO
    Oggi Gesù ci ripete di non preoccuparci di tante cose ma piuttosto cercare il regno di Dio e la sua Verità. E la sua Verità è che tutto è dono. Il discepolo che penetra il vero significato della vita, capisce che essa vale più di ogni necessità fisica e materiale. Egli diventa capace di porsi nelle mani di Dio e di conseguenza, vede tutto dalla sua ottica e fiducioso porta avanti ciò che gli spetta con equilibrio, libero da ogni affanno. L'ansia e l'agitazione fanno perdere il momento presente, la sola sicurezza che possediamo, dono di Dio da vivere in pienezza. Certo, il mangiare e il vestire sono importanti ma relativamente alla priorità del Regno. Infatti, chi cerca il Regno riceverà anche tutto ciò che occorre per fronteggiare la vita terrena. Vivere il momento presente nell'amore è il segreto della vita intima con Dio di tante sante persone.
      Nella mia pausa contemplativa, oggi, provo a entrare più a fondo nel cuore per comprendere se veramente sono alla ricerca seria del Regno; se è la priorità della mia vita; se sono capace di mettermi con fiducia nelle mani di Dio, mio Padre; se mi preoccupo di cose inutili a tale fine; se desidero godere e soffrire ciò che il momento presente mi offre.

      Preghiera

Signore Gesù, liberami dall'affanno che mi paralizza di fronte agli impegni della giornata. Aiutami a valorizzare ogni momento come un tuo regalo, un passo con te, verso il regno; perché questo si realizzi sempre più in me e attorno a me!

domenica 5 giugno 2016

Domenica VI dopo Pasqua


                                DAL VANGELO DI GIOVANNI 9,1-38

    "Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». 
Alcuni dicevano: «E' lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». [Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Siloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».
    Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c'era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E' un profeta!». Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.E li interrogarono: «E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.
      Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui». Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi".

     COMMENTO
     Le prime letture delle domeniche di Quaresima richiamano in modo articolato le diverse tappe della Storia della Salvezza, orientata a Cristo: l'umanità delle origini (I Domenica), la vocazione di Abramo (II Domenica), il popolo di Israele che nel deserto Dio disseta con l'acqua sgorgata dalla roccia, simbolo di Cristo (III Domenica). Nell'attuale domenica il brano del I Libro di Samuele (1 Sam. 16,1-13: I lettura) narra l'elezione e l'unzione regale di David, antenato e figura del Messia.
    Nel brano evangelico di questa domenica (seguiamo la forma breve) domina il tema della luce (cfr la II lettura). Tutta la trama del racconto si comprende a partire da un'affermazione di Gesù (all'inizio del brano completo); "Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo" (v.5). Ecco chi è Gesù per l'uomo: la luce che rischiara la sua esistenza e la riempie di significato. E' colui che dona la luce della fede. Infatti il cieco rappresenta l'uomo che non crede. Ma Gesù lo guarisce: fisicamente e anche spiritualmente. Alla luce piena della fede il "cieco nato" arriva attraverso un itinerario lento e laborioso (come era avvenuto per la samaritana).
Gesù passa, vede un cieco, un pover' uomo che da anni sta seduto in quel posto a chiedere l'elemosina. Si ferma, non va oltre. Lo ama. Gli si avvicina e lo tocca con tenerezza. Poi gli comanda:"Va' a lavarti nella piscina di Sìloe, che significa Inviato". "Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva"(v.7). La guarigione non è frutto di qualche magia. E' molto più semplice: basta obbedire alla parola di Gesù.
Così anche per noi è possibile rivivere questa storia: è sufficiente lasciarsi toccare il cuore dal Vangelo, ascoltando cioè e mettendo in pratica la parola di Gesù, e immergerci nella "piscina di Sìloe" (che significa "Inviato" e quindi Cristo stesso), cioè incontrare Gesù nei Sacramenti. Saremo, così, guariti dalla cecità e potremo accorgerci di chi ci sta attorno. E saremo capaci di stendere a nostra volta le mani per toccare con affetto chi è solo, chi è bisognoso, chi chiede amicizia. O meglio, permetteremo a Gesù di agire Lui stesso attraverso di noi.
Tutto il racconto, però, intende sottolineare in modo molto accentuato due atteggiamenti contrapposti davanti al medesimo fatto (il miracolo della guarigione del cieco), o meglio davanti alla medesima persona, Gesù.
Da una parte c'è l'atteggiamento del cieco che, guarito fisicamente, giunge grado grado all'illuminazione totale, che è la luce della fede in Gesù. L'evangelista descrive, appunto, l'itinerario della fede cristiana nel suo progressivo chiarificarsi: per il cieco Gesù è dapprima "l'uomo che si chiama Gesù" (v.11) e che lo ha guarito: un uomo, cioè, che si è interessato di lui e gli ha voluto bene concretamente. In un secondo momento lo riconosce come "un profeta" (v.17); quindi uno che viene da Dio, cioè un suo inviato (v.33). Infine (è l'ultima tappa), in un incontro personale Gesù gli si rivela come il "Figlio dell'uomo", cioè come il Signore e Giudice universale, colui che viene dal cielo per radunare gli uomini e renderli partecipi della vita di Dio (Gv 1,51; 3, 14-15; 6, 62-63). Allora, prostrato a terra, il cieco guarito professa la sua fede piena: "Credo, Signore!" (vv.35-38). Una fede che è cresciuta in un contesto di ostilità.
Secondo l'evangelista, nel corso della storia si svolge un grande processo dove l'imputato è Gesù e ogni uomo è chiamato a prendere posizione, a scegliere se stare con Gesù oppure contro di Lui. Non è possibile rimanere neutrali. Il cieco guarito si schiera dalla parte di Gesù e per questo si espone alla persecuzione. Ma nelle difficoltà la sua fede matura e la sua testimonianza si fa più decisa. La fede può esigere una rottura violenta col mondo e con la sua logica. Può comportare l'esclusione dalla comunità: il cieco, infatti, viene espulso dalla comunità come peccatore (v.34). Perfino i suoi genitori si rifiutano di appoggiarlo. Una fede senza complessi, coraggiosa: il cieco si trova praticamente solo e contro tutti nel difendere Gesù, nel testimoniare in suo favore. Una fede, quindi, che espone alla solitudine. Ma questa solitudine è riempita dall'incontro permanente con Cristo.
Mentre il cieco vede sempre più, dall'altra parte gli avversari diventano sempre più ciechi. Tutto questo si coglie con più evidenza nella forma lunga del testo (vv.39-41). Veramente l'uomo, come ha la possibilità di aprirsi alla fede, porta anche in sé il terribile potere di accecarsi, cioè di fabbricarsi delle buone ragioni per non vedere, di crearsi delle false evidenze, di rifiutarsi di aprire gli occhi dicendo che "vede". E' una tragica tentazione in continuo agguato nella nostra vita. In ogni azione che compiamo noi decidiamo sempre di sbarrare porte e finestre oppure di aprirle all'invasione della luce (cfr. Ef.5, 8-14: II lettura).
Come l'acqua nel racconto della samaritana, così la luce è simbolo del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche "illuminazione". Così pure i battezzati erano detti anche "illuminati". Cfr. l'antico inno battesimale "Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef. 5,14). Si noti inoltre: "Si lavò" e "ci vedeva" (Gv 9,7).
Attraverso quelle azioni speciali che la Chiesa compie accompagnandole con la parola di Gesù, cioè i Sacramenti, è Gesù stesso che opera: "Pietro battezza? Cristo battezza" (sant'Agostino). Sono le sue mani che toccano l'uomo e lo risanano. Così, nel Battesimo Gesù, che è la luce vera del mondo, illumina interiormente l'uomo e lo rende nuova creatura, figlio di Dio.
In corrispondenza al messaggio contenuto nel testo evangelico, quasi in un vero contrappunto musicale, san Paolo ricorda che l'esistenza e l'attività del battezzato sono un'esistenza e un'attività luminose: "Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore". Luce come Cristo stesso, che è "la luce del mondo":"Comportatevi perciò come figli della luce", cioè "cercate di capire ciò che è gradito al Signore".
L'ascolto di questo brano, perciò, può aiutarci a riscoprire il significato del nostro Battesimo e l'identità di Gesù. Come fare? Ripercorrendo di tappa in tappa il medesimo itinerario del cieco guarito (come anche della samaritana).
In quanto credenti, sappiamo che Cristo è la luce, è colui che, col dono della fede, nel nostro Battesimo ha aperto i nostri occhi rendendoci capaci di vedere la realtà: la realtà di Dio e la realtà del mondo con gli occhi stessi di Dio. Tale dono, però, impegna al contatto costante con Cristo luce e alla testimonianza instancabile della fede.
Paul Claudel in una sua opera mette in bocca a un cieco questa domanda: "Voi che ci vedete, che ne fate della luce?" E' una domanda che milioni di ciechi spirituali rivolgono oggi ai cristiani: "Voi che credete in Cristo che ne fate della vostra fede?"
A che punto mi trovo nel cammino di fede? Permetto a Gesù di guarirmi col Vangelo e con i Sacramenti, oppure sono ancora cieco o miope?
In che misura faccio mia la professione: "Io credo, Signore"?
Com'è la mia testimonianza? Timida? Superficiale? Convinta? Entusiasta?
 di Mons. Ilvo Corniglia

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sabato 20 febbraio 2016

IL VANGELO DELLA DOMENICA (21.02.2016)

               Dal Vangelo secondo Luca 18,2-8


«C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

  Commento

Gesù c'invita a pregare sempre, e afferma che Dio fa giustizia prontamente ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui. Vi risulta? 

A me si; ma è importante capire come lo fa. 
Io vedo che il Signore agisce nella mia vita indicandomi la via da seguire per superare i problemi che incontro, usando la mediazione profetica. Non agisce in un modo magico, facendo sparire i problemi, le sofferenze e le ingiustizie; tanto è vero che la morte sussiste per tutti, ma m'invita a dialogare con lui e ad ascoltarlo, usando una persona, che può essere un sacerdote, ma anche un bambino, che in quel momento il Signore usa per parlarmi e aiutarmi. 
Non basta gridare. Quando la vedova ottiene l'attenzione del giudice, deve spiegargli il problema e poi ascoltarlo. Se per esempio gli chiede di fare una testimonianza in tribunale, raccontando ciò che le è accaduto, lo deve fare, poi lui farà il resto: ma lei prima deve fare la sua parte. 
Si sente dire: "Se Dio ci fosse non permetterebbe certe situazioni", oppure "dov'è Dio!". Sono grida che vengono fuori da una situazione di sofferenza, come le bestemmie; ma io me lo sono domandato seriamente se Dio c'è, e come agisce nella storia dell'umanità, per capire come può agire anche nella mia vita e nella vita di chi mi sta accanto? 
Il problema è che io vorrei fare tutto da solo: Gridare al Signore e poi rispondere al posto suo, perché se mi dice: "Ti parlerò tramite Tizio", io rispondo: "Non Signore, parlami direttamente, come facesti col tuo servo Mosè, perché io Tizio lo conosco, so già ciò che mi dirà, etc". La verità è che la rivalità mi dice: "Cerca di non dipendere da nessuno. Decidi tu, fai tutto da solo". Poi quando vado a sbattere dico: "Dov'è Dio?" 
Il Signore non mi chiede di fidarmi dell'altro, perché è vero che l'altro è quello che è, ma m'invita a fidarmi e ad ascoltare Lui, che mi parla tramite l'altro. 
Quindi il problema è di capire chi è questa persona e ascoltarla. Questo mi mette nel giusto rapporto con me stesso e con Dio, cioè un atteggiamento di umiltà. 
Signore aprimi all'ascolto e alla condivisione affinché io possa toccare con mano la tua disponibilità e capacità di aiutarmi!
P. Paul Devreaux
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domenica 31 gennaio 2016

IL VANGELO DELLA DOMENICA (32 dopo la Pentecoste)

Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10

                                                                    Zaccheo

      [1]Entrato in Gerico, attraversava la città. [2]Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, [3]cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.[4]Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. [5]Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».[6]In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. [7]Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!». [8]Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». [9]Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; [10]il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


L'incontro di Gesù con Zaccheo ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: la preferenza di Dio per i peccatori. E chi di noi non lo è? Quest'uomo altolocato e benestante è insoddisfatto di sé. E chi di noi non lo è? In apparenza ha tutto, in realtà gli manca tutto. In quanto pubblicano è escluso dalla salvezza secondo la legge, in quanto ricco è escluso dalla salvezza secondo il vangelo (cfr Lc 18,24ss). E' un peccatore della peggior specie, è un caso impossibile.
Anche in questo caso, come nel brano precedente, la moltitudine dei discepoli nasconde agli occhi di Zaccheo il Gesù che cercava di vedere. La comunità è il luogo dell'incontro con Dio, ma qualche volta impedisce di vederlo. La folla non aiuta Zaccheo a trovare Gesù e criticherà Gesù quando deciderà di andare nella sua casa.
Il pubblicano viene chiamato per nome: "Zaccheo". Questo nome significa "Dio ricorda". Dio si ricorda di lui e gli usa misericordia, come aveva cantato il suo omonimo, Zaccaria: "Ha soccorso il suo servo, ricordandosi della sua misericordia"(cfr Lc 1,54). In Zaccheo si compie la volontà di salvezza del Padre, che Gesù ha la missione di attuare in questo mondo. E tutto deve avvenire "subito" e "in fretta" (vv.5-6). E' l'urgenza della salvezza. Ci ricorda Maria che corre a portare il Salvatore a chi l'attende (cfr Lc 1,39). Ma questa volontà di Dio che desidera salvare tutti e subito suscita incomprensione e mormorazione nei benpensanti di allora come in quelli di tutti i tempi.
L'ansia e la tensione di Zaccheo si trasformano in esultanza, che è la partecipazione alla felicità di Dio. L'angelo Gabriele ha invitato Maria a rallegrarsi, ora tale allegrezza passa a un peccatore convertito. L'incontro con Gesù libera l'uomo dalle sue colpe, dalle sue perplessità e angosce e lo riempie di pace e di gioia.
La folla critica il comportamento di Gesù perché non lo capisce. Egli è venuto a portare agli uomini il perdono di Dio, e non deve fare meraviglia che lo conceda a coloro che ne hanno più bisogno. Dio non è come l'hanno presentato gli scribi e i farisei di tutti i tempi. E' diverso. Non ha nemici, non è contro nessuno, non fa distinzioni tra giudei e pagani, tra giusti e peccatori. Tutti sono uguali davanti a lui, tutti bisognosi di grazia, di perdono e di aiuto.
Luca si compiace di presentare Gesù che si trova a suo agio in casa di un peccatore. La salvezza è per tutti, e prima di tutto per i peccatori che si pentono. E il pentimento si manifesta nel riordinare la propria condotta, riparando i torti commessi. E poiché le ingiustizie sociali pesano in definitiva sempre sui poveri, Zaccheo darà loro la metà dei suoi beni. E nei casi specifici di truffa', restituirà secondo la legge: quattro volte tanto (cfr Es 21,37; 2Sam 12,6). La giustizia sociale è il primo frutto della conversione.
Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. La sua missione si compie dando accoglienza ai peccatori. San Paolo ha scritto: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1Tm 1,15-16).
Zaccheo cercava Gesù, ma alla fine di questo episodio evangelico scopriamo che, ancor più e ancor prima, era Gesù che cercava Zaccheo che si era perduto (v.10). La lezione di questo brano di vangelo ha bisogno di essere sempre ricordata nella Chiesa. C'è sempre qualcuno nella comunità cristiana che ha paura di avvicinare i peccatori, gli scomunicati e i nemici della religione e della fede. Il vangelo ci spinge ad essere vicini a tutti, a stabilire buoni rapporti con tutti, perché tutti hanno bisogno di salvezza, e tocca proprio a noi portarla a loro.
"Il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (v.10). E' la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù. Lasciamoci trovare da Gesù, il quale continua a cercare l'uomo anche oggi, anche se questo incontro ci potrebbe portare ad un cambiamento di vita scomoda, secondo i criteri della odierna modernità. 
 La difficoltà dell'uomo moderno consiste proprio nel non lasciarsi amare per poter amare. E questa esperienza umana si rispecchia anche nel rapporto con Dio. Bisogna guarire imparando che solo nel lasciarsi amare da Dio potremo trovare  la ragione, il senso della nostra storia, la nostra propria identità.
   Invochiamo lo Spirito Santo, lo Spirito d'Amore che unisce il Padre al Figlio, nella comunione trinitaria, modello di ogni famiglia umana e di ogni comunità che si riunisce a celebrare le meraviglie di un Dio Amore che si fa carne, si fa uomo, perché l'uomo impari a diventare santo, come Santo è Dio stesso. Ecco la nostra meta, ecco il nostro punto d'arrivo.
  P. Iosif
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sabato 26 dicembre 2015

NATALE 2015

                                  MESSAGGIO DI NATALE 2015

Oggi è Natale, ancora una volta siamo arrivati a questa festa, una festa attesa o forse dimenticata: siamo arrivati alla festa della luce... Ma che cosa sappiamo noi, uomini di oggi, della luce? Della vera luce che illumina ogni uomo?
Ebbene la luce vera è nata a Betlemme e si chiama Gesù. Ma cosa significa , nel concreto, questa nascita? Significa commuoverci in modo sdolcinato, significa aprire una parentesi di pseudo-pace per ripiombare prontamente il giorno dopo nel grigiore di ogni giorno con l'aggravante di una tristezza per il tranquillo giorno passato? Significa chiuderci e barricarci dietro gli affetti domestici in questo giorno cercando di assaporarli fino in fondo? Celebrare Natale significa decidere di fare ostinatamente luce sul proprio vivere con la Sua Parola. Celebrare Natale significa costruire ostinatamente la pace: non lontano da noi, ma nel nostro cuore, con i proprio familiari, con il proprio marito, con la propria moglie, con i propri figli. Non ti scoraggiare!
Il Signore conosce la tua vita. Anche per te oggi è Natale. E' Natale per la tua vita, Natale per il tuo dolore, per i tuoi problemi e le tue amarezze. E' Natale, riprendi coraggio, ricomincia davvero a vivere, a soffrire, a piangere perché ne vale la pena.
Ricomincerai così ad essere contento, ricomincerai a sorridere, ricomincerai a vivere nella pace. Ma come è possibile? E' possibile solo se Lui dona luce alla tua mente e pace al tuo cuore.

Buon Natale! 

  P. Iosif, parrocco della Chiesa Ortodossa Italiana in Aquila  "Santa Croce"

sabato 21 novembre 2015

   Dal Vangelo di Luca

Il notabile ricco

Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». Costui disse: «Tutto questo l'ho osservato fin dalla mia giovinezza». Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi». Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco.

Il pericolo delle ricchezze

Quando Gesù lo vide, disse: «Quant'è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. ]E' più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!». Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà essere salvato?». Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».


   Commento

   A prima vista , la domanda del notabile può sembrare una trappola. Maestro buono, chiama Gesù. Vuol dire che lui, di persona, ha fatto l'esperienza della bontà del Signore. 
    Proprio qualche giorno fa, tramite Facebook, ho avuto una scambio di idee  con un tale che sosteneva che tutte le religioni sono uguali, dopo aver studiato le religioni  una quindicina di anni. Come se il rapporto con l'Assoluto avesse bisogno di tanti studi e approfondimenti! Almeno nel cristianesimo, ma penso valga anche per altre religioni, lo studio è importante, ma se non è sostenuto dall'incontro e dialogo vitale con l'Assoluto, serve a poco. E questo rapporto interpersonale si alimenta attraverso lo studio si, ma anche e soprattutto con la preghiera, i sacramenti nella liturgia della chiesa, la meditazione, la pratica delle virtù, l'osservanza dei comandamenti. Sono tante le cose, ma tutte accomunate da una sola cosa: amare Dio e il prossimo. Non tutte le religioni insegnano questo? Certamente. Ma il cristiano  ha il privilegio di conoscere la volontà di Dio , rivelatasi nell'opera e nella vita del suo Figlio Gesù. 
   Gesù però non si ferma all'osservanza dei comandamenti. Vuole di più. Lui vuole la totalità della vita dell'uomo. Come mai? Perché lo vuole felice. Il cristianesimo è la religione che richiama l'uomo alla sua vocazione originaria alla santità che vuol dire anche felicità. E che cosa cerchiamo noi su questa terra, se non proprio di essere felici?
     Quindi prendiamo sul serio l'insegnamento di Gesù e mettiamo in pratica, tutti i giorni e in ogni occasione. Essere cristiani nelle grandi occasioni è semplice, ma esserlo nei momenti di difficoltà e di prova, è da santi.
    E non dimentichiamo una cosa semplice: ciò che non è possibile all'uomo , è possibile a Dio. Fidiamoci di Dio, l'unica nostra ancora in questo mondo lontano da Lui. E' sempre con noi, se noi siamo intenti a stare e vivere con Lui. Lasciamolo entrare nel nostro intimo per trasformarci in icona di Sé per portare avanti il suo messaggio di tenerezza e di amore aperto a tutti di uomini di buona volontà! Che lo Spirito Santo ci aiuti in questa impresa !

sabato 25 luglio 2015

OTTAVA DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE (26.07.2015)

                         DAL VANGELO SECONDO MATTEO 14,14-22:


     Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
    Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare». Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qua». E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
     Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.

COMMENTO

      Avuta la notizia che Giovanni Battista è stato ucciso da Erode, "Gesù parti di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto". Desidera cautelarsi, ma soprattutto riflettere nella calma per capire quanto la volontà del Padre esige da Lui in questa nuova situazione. Sente anche il bisogno di un po' di riposo nella quiete e nella compagnia dei suoi amici, i discepoli. Lo fa specialmente per loro. C'è qui un richiamo a saperci ritagliare uno spazio quotidiano per "stare con Gesù" in un dialogo affettuoso, cuore a cuore.
Nel nostro episodio, però, il programma salta a causa della folla: a contatto con essa Gesù si lascia "giocare" dalla "compassione". Conosciamo già questo meccanismo che scatta in Lui. L'abbiamo incontrato in Mt. 9,36ss : "Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore". Nel nostro testo leggiamo che "Gesù vide una grande folla": non solo allora, ma anche oggi. È una società non soltanto divisa, ma anche malata ("guarì i loro malati"):quante infermità fisiche e morali! Una umanità affamata (vv. 15 ss.): fame molteplice. Fame di cibo, ma anche soprattutto di valori, di affetto, di libertà, di felicità. Fame di Dio. Quanti denutriti anche tra i cristiani stessi!
Nel suo sguardo attento Gesù non rimane neutrale, insensibile: "sentì compassione". Anche nell'episodio della seconda moltiplicazione dei pani (Mt 15,32) ritornerà il motivo della "compassione". Anzi è Gesù stesso che confida ai discepoli: "Sento compassione di questa folla". Tale verbo ha un senso pregnante. Di per sé significa sentirsi "fremere e sconvolgere le viscere". Esprime quindi non una compassione emotiva, superficiale, ma una reale partecipazione e coinvolgimento. È immedesimarsi nella situazione dell'altro, un "patire-sentire insieme con l'altro". Una "compassione" che è attiva: spinge Gesù a guarire i malati e poi a saziare la folla affamata.
Stupisce l'insistenza con cui Matteo presenta Gesù come il medico che risana i malati. Sta in questa attività una delle caratteristiche inconfondibili del Messia. A Lui sta a cuore tutto l'uomo, l'integrità totale della persona. Egli sa che la malattia tende a isolare le persone dalla vita sociale. Guarendo i malati intende reintegrarli pienamente nella società.
Nella concatenazione dinamica di questi tre momenti – sguardo, compassione, intervento concreto – Gesù si rivela come il Messia misericordioso che si lascia catturare e calamitare da ogni forma di sofferenza che incontra. In tal modo rivela anche il vero volto di Dio quale "Padre misericordioso", che si prende a cuore ogni forma di miseria.
Tale sequenza di tre momenti, però, Gesù non la esaurisce in se stesso. Vuole invece innescare una reazione a catena. Vuole contagiarci il suo sguardo di "compassione" coinvolgendoci: "Date loro voi stessi da mangiare". Come i discepoli, noi faremmo notare la sproporzione tra l'insufficienza, la scarsità dei mezzi a nostra disposizione e le necessità smisurate a cui occorre fare fronte: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci": Non possiamo farci nulla. Quindi suggeriamo che la gente "si arrangi". Ma la parola "impossibile" non esiste nel vocabolario di Gesù. Il suo comando è perentorio e non dà adito a scappatoie: "Date loro voi stessi da mangiare". Il seguito del racconto mostra che Gesù non opera magicamente, non parte da zero. Ha bisogno che qualcuno metta a disposizione quel poco che ha. Ha bisogno che qualcuno quel giorno rischi di saltare il pranzo perché condivide. Il primo miracolo sta proprio nel sapere condividere. Un gesto che dà il via libera a Gesù: quel "poco" condiviso gli consente di sfamare una moltitudine. "È il miracolo della carità, che vede coinvolti Gesù e i suoi discepoli nel servizio alla gente che ha fame" (ETC1). Il pane spezzato e condiviso non si esaurisce, ma in mano a Gesù si moltiplica, saziando un numero sterminato di persone.
Questo miracolo, che è il più documentato nella tradizione evangelica (viene riportato sei volte), ci mostra chi è Gesù: è il Messia che al suo popolo offre un banchetto durante il suo cammino, come già Dio aveva nutrito Israele nel deserto. Gesù compie le promesse dei profeti, che avevano raffigurato il Regno di Dio con l'immagine di un banchetto festivo e abbondante (Is 55, 1-3: I lettura. Cfr.pure Is 25, 6-10). Gesù è l'unico che può saziare l'uomo completamente e in misura sovrabbondante.
Egli, però, compiendo questo miracolo non intende soltanto sfamare la folla, ma anche e soprattutto vuole creare e consolidare la comunione. In effetti, Gesù non vuole che la gente si disperda. Così proponevano i discepoli, nel loro tentativo di disimpegno: "congeda la folla". Ma vuole mantenerla unita. Subito dopo, col miracolo dei pani mostrerà di essere il pastore di questo gregge. Il pastore vero che raccoglie nell'unità una folla dispersa, le prepara un banchetto, la riunisce intorno a sé trasformandola in una grande comunità conviviale, dove tutti, senza discriminazioni e differenze sociali, godono la libertà di stare insieme, di far festa, di vivere nella comunione con Dio e tra di loro.
È il significato ecclesiale del miracolo: Gesù circondato dai Dodici, che distribuiscono i suoi doni alla folla "seduta" sull'erba (propriamente "sdraiata": posizione che era consentita durante la mensa soltanto ai signori e agli uomini liberi). Ecco un'immagine viva della Chiesa, che Gesù vuole raccolta insieme come una sola famiglia. La Chiesa dove i Dodici (e i loro successori) continuano a distribuire la Parola e l'Eucaristia. Si pensi ai dodici canestri di pezzi avanzati: simbolo di una ricchezza inesauribile a cui attingeranno i cristiani di tutti i tempi.
Il racconto ha anche, appunto, un chiaro significato eucaristico: la successione dei gesti che Gesù compie ("prese i cinque pani...pronunziò la benedizione...spezzò i pani e li diede ai discepoli") è la stessa che ritroviamo nell'ultima cena.
I cristiani si sentono chiamati a riscrivere oggi questa pagina di Vangelo, rivivendo la medesima esperienza:
- Lasciano che Gesù con la sua Parola e l'Eucaristia li nutra e li sostenga nel cammino, stringendoli sempre più nella comunione con Lui e tra di loro.
- Il "poco" che hanno e che sono (vita, tempo, qualità, beni, sofferenze) lo mettono a disposizione di Gesù perché Egli operi il miracolo della comunione e della festa. Così il Signore continua a spezzare il pane della Parola, dell'Eucaristia e della Carità attraverso il loro impegno nei diversi ambiti dell'educazione alla fede, della celebrazione liturgica e del servizio ai bisognosi.
-
La "compassione" di Gesù, riflesso della misericordia del Padre, non verrà mai meno. È la certezza che vibra nel testo della lettera ai Romani (8,35-39: II lettura). La speranza cristiana, che attende la salvezza definitiva, ha un fondamento solidissimo: l'amore di Dio che si è fatto visibile in Gesù. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?...Nessuna creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore". Paolo è sicuro che nulla e nessuno potrà mai strapparci all'abbraccio tenerissimo di Cristo e di Dio. È sicuro che il Padre e Gesù ci ameranno sempre in modo efficace. Ogni domenica l'Eucaristia è il momento in cui ci è dato di sperimentarlo in modo sempre nuovo e coinvolgente. Non si può non sottoscrivere l'affermazione: "Nel giorno del giudizio preferirò essere giudicato da Cristo che da mia madre"(Faber).
Lo spezzare insieme ogni domenica il pane eucaristico, il condividere il pane della vita che è Cristo, ci stimola e ci sostiene nell'amore concreto ai fratelli in una stile di solidarietà e condivisione?
Invitandoci a guardare con misericordia i "popoli della fame", Gesù ci ripete: "Date loro voi stessi da mangiare".
Davanti a ogni persona ascolterò Gesù che mi dice: "Dalle da mangiare".
Siccome ogni persona ha fame di amore, in definitiva Gesù mi dice: "Amala!"
                                                                                           Di Mons. Ilvo Corniglia